è QUI che si fa la storia
“E lo ridico ancora per impararlo a memoria in questi giorni impazziti che qui si fa la storia…”.
Era il 2014 quando Jovanotti nell’album Lorenzo 2015 CC metteva Gli immortali nella tracklist del disco. Sono passati 8 anni e ancora oggi mi capita di sentire quel brano. Sento le parole e quando posso vado a vedere il video, girato in una New York innevata. Perché? Perché ogni volta quel “qui si fa la storia” lasciava tracce in me, oltre la bellezza della canzone, oltre al piacere di ascoltarla, oltre all’emozione che ogni cosa bella suscita nel cuore di tutti. Lasciava in me qualcosa che era molto di più, che proseguiva nel corso delle mie giornate e non ti nascondo che molto spesso è entrata a far parte della mia preghiera. Oggi più che mai mi sembra bello e quanto mai necessario riascoltarla perché davvero viviamo “giorni impazziti di polvere e di gloria”.
Ma ti dicevo che lasciava in me una sorta di scia, come un tratto di pennarello sulla pelle e che mi portavo addosso per diversi giorni, con il risultato che canticchiavo nella testa e nel cuore: che qui si fa la storia.
Qui che è un avverbio che dice la vicinanza a chi parla, mi è entrato nelle vene e sono andato alla ricerca del mio “qui”. In quale pezzo del mio terreno si fa la storia? Come posso io fare la storia, con tutto quello che mi porto addosso e non dico solo di cose negative da nascondere, ma anche di bellezze da mostrare?
“In questi giorni impazziti si fa la storia”. Oltre ad essere una bella frase da musicare e da ballare così come fa Jovanotti nel video, mi sembra anche che sia una specie di programma per la nostra vita, di qualsiasi posto e di qualsiasi età, non importa se sei troppo giovane o troppo avanti con l’età, non importa se hai dentro il fuoco degli anni o se senti le forze mancare per il peso di tutto quello che hai vissuto, non importa nulla di tutto questo: occorre solo fare la storia. Mi raccomando però, pensaci bene che fare la storia non è passare o restare alla storia (cosa peraltro ora con gli algoritmi dei social abbastanza facile e mi scuserai se non vado oltre spiegandoti cosa intendo), fare la storia ha a che fare con la tua vita e con i tuoi sogni, ma non solo, e qui viene il bello.
Fare la storia non è solo realizzare i propri sogni o portare avanti tutto quello che hai nel cuore. Tutto questo è importante, ma non basta più. Fare la storia è dirsi e continuamente lasciarsi scomodare dall’ “ora non basta più”. Non basta più pensare solo a quello che io posso fare di me, delle mie genialità, del mio essere capace di fare cose belle, per fare la storia è importante cambiare la prospettiva, mettersi su un’altra mattonella (per usare linguaggio calcistico) e cominciare a dirsi, prima interiormente e poi all’esterno: che cosa io posso fare insieme agli altri, come posso mettere in “rete” direbbe oggi il linguaggio social, ma come posso insieme o in comunione con altre persone segnare la storia di questo nostro mondo proprio nei giorni impazziti che stiamo vivendo. E poi c’è quell’avverbio di vicinanza che forse dovremmo un po’ riscoprire: QUI.
Dovremmo imparare a intrecciare il “fare la storia” con l’avverbio “qui”. Qui, e non da un’altra parte; qui, e non nel posto dei sogni dove tutto magari è bello e profumato; qui, in quel piccolo pezzo di terra che ogni santo giorno tu calpesti con le tue scarpe da ginnastica e che il più delle volte ti sembra tutto tranne che un posto dove poter fare la storia; qui, e con le persone che già conosci e sai anche che potrebbero non seguirti perché hanno smesso di impegnarsi tanti anni fa perché non hanno visto i cambiamenti sperati; qui, in “questi giorni impazziti”, dove la pesantezza ha preso il posto della bellezza da quasi due anni; qui, dove si parla sempre e solo di virus, di contagi, di ospedali al collasso e di situazioni di emergenza; qui, e non altrove; qui, e non in un’altra parte del mondo.
Ho sempre amato uno scrittore, Christian Bobin, perché mi ha sempre aperto nuove strade. E in un piccolo testo dal titolo L’uomo che cammina, l’autore parla di Gesù che così descrive:
“Cammina. Senza sosta cammina. Va qui e poi là. Trascorre la propria vita su circa sessanta chilometri di lunghezza, trenta di larghezza. E cammina. Senza sosta. Si direbbe che il riposo gli è vietato. L’uomo che cammina è quel folle che pensa che si possa assaporare una vita così abbondante da inghiottire perfino la morte”.
Perché ti riporto la parte iniziale di questo piccolo libro? Per dirti che per Gesù ha avuto molta importanza il suo “qui”. Non ha fatto molti chilometri nella sua vita, tutto si è svolto in “sessanta chilometri di lunghezza e trenta di larghezza”, per tutta la sua vita è stato fedele al suo “qui” e ha fatto la storia, l’ha cambiata, ha disegnato nuove strade nel cuore delle persone che lo ascoltavano e si è fidato delle persone che aveva scelto. Non i migliori, ma i più disponibili a credere nelle sue parole infuocate.
Per fare la storia parti dai tuoi giorni più ordinari, dai gesti che ormai compi a memoria perché sono sempre quelli, dalle persone che hai accanto e da lì condividi il desiderio di “fare la storia”.
Tanto alla fine bastano: “sessanta chilometri di lunghezza, trenta di larghezza”. Buon cammino!
(Tony Drazza, rivista SE VUOI 2/2022)