Qualche anno fa erano i web-log, i blog, le forme di diario personale più utilizzate. Oggi si è passati al lifelogging, la tecnica che consente di mettere online grandissime porzioni della propria vita, compresi i parametri vitali come il battito cardiaco e la pressione sanguigna.
«Il giorno del compleanno mi hanno regalato un sensore da portare al polso – spiega Laura, una ventenne lombarda – che può comunicare in tempo reale con il mio cellulare e, di conseguenza, con il web. All’inizio mi ha divertito questa idea di poter verificare il numero di passi effettuato ogni giorno e il tracciato dei percorsi, poi però l’ho sentito troppo invasivo per la mia vita e l’ho lasciato in un cassetto».
La Memoto, una giovane azienda giapponese, ha prodotto una webcam da indossare che, se lasciata accesa 12 ore al giorno, produce 10 mila fotogrammi alla settimana, mezzo milione all’anno.
La possibilità di utilizzare una memoria digitale del proprio quotidiano, molto più potente di quella cerebrale, è stata battezzata da alcuni “sub- veglianza”, ovvero una sorveglianza effettuata dal basso.
Se questo risvolto della tecnologia appare eccessivamente invasivo e inquietante c’è da dire che il digital storytelling, il racconto digitale della propria vita, se praticato con discrezione può essere utile per riflettere su risvolti dell’esperienza che possono esserci sfuggiti. Molti pellegrini che percorrono il cammino di Santiago di Compostella, ad esempio, pubblicano nei social network un diario digitale del loro itinerario raccontando anche il percorso interiore, oltre a quello a piedi. «Quest’estate ho condiviso la mia esperienza di pellegrino su Facebook – racconta Marino della provincia di Venezia – ed è stato l’unico contatto con amici e parenti, niente cellulare, niente messaggi. Alcuni mi hanno detto che è come se fossero stati lì con me e io stesso mi sono riletto in modo diverso una volta terminato il cammino di Santiago».

Si tratta di una tecnica utile a cogliere i “bivi narrativi” ovvero quelle svolte della vita in cui si compie una scelta di fronte a più alternative. Sono incroci in cui si può anche cogliere che la storia della Salvezza si intreccia con la propria, come nella vicenda biblica di Abramo (Genesi 12).
La Jenga film, una casa di giovani cineasti, ha pubblicato su Vimeo (http://vimeo.com/jengafilm) un trailer del cortometraggio “A tempo debito” girato nel carcere veneto “Due Palazzi”. Si tratta di uno straordinario esempio di racconto digitale che, anche nell’esperienza degli autori, ha preso di momento in momento un volto originale rispetto alla sceneggiatura e alle aspettative. All’interno di uno dei luoghi più sorvegliati, il carcere, la libertà si concretizza nella fantasia e nel racconto. «Magari se andavo a scuola, a studiare, prendevo un’altra strada» afferma uno dei giovani che compaiono nel documentario, confermando che i bivi narrativi possono farci intravedere scenari diversi e suggeriscono comunque seconde opportunità che possono restituire sapore alla vita.

Sul sito di Pardes, una casa editrice di Bologna (www. pardes.it), è possibile trovare contributi multimediali sul Credo, sui 10 Comandamenti e le indicazioni sul libro “Il codice Abramo” di Marco Tibaldi che tratta dei bivi narrativi. Curiosi e ben costruiti anche i racconti multimediali del friulano Matteo Maria Giordano che su www. estremiconfini.org interseca in modo sapiente vita e fede. Ricco di spunti anche il sito www.cercoiltuovolto.it che raccoglie, aggrega e cataloga storie digitali di qualità.

(don Marco Sanavio /SE VUOI 1/2015)