Il CONTAGIO della SPERANZA

Intervista a mons. DERIO OLIVERO vescovo di Pinerolo (Piemonte),
guarito dal Covid-19 dopo una lunga degenza in terapia intensiva

A cura di LAURA CENCI

 

–  Lei si è ammalato gravemente di Covid. Cosa ha vissuto, cosa ha pensato in quei momenti?

Per chi si ammala nella forma grave, il Covid-19 ti mette di fronte a 3 momenti molto duri da affrontare.
–  Pian piano senti il respiro che non viene più e vai in apnea… e a quel punto ti intubano per poter far sì che tu possa respirare e sopravvivere.
–   La solitudine. Nel momento in cui entri in ospedale non vedi più nessuna delle persone conosciute. Io per la mia scelta di vita ero un po’ più abituato alla solitudine…, ma un signore accanto a me, non vedendo più la moglie e i figli accanto, a un certo punto, ha perso ogni speranza. È morto per il male, ma anche per la solitudine, aveva due – tre anni più di me soltanto.
–  Si va vicinissimi alla morte. E alcuni muoiono. Quando dico “morte” intendo proprio che si sta morendo fisicamente. In quel momento tutto in me “evaporava”: i progetti, ciò che fai, il tuo stesso corpo… Solo due cose non evaporavano e rimanevano consistenti in me: la fiducia in Dio e le relazioni vere che ho stabilito con le persone a cui volevo bene e che mi volevano bene. 
Ho capito che il nostro vero “io” si può radicare su queste due realtà forti: noi siamo relazione e fiducia, e solo se c’è relazione e fiducia ci può essere speranza.

–  In quei giorni di malattia è riuscito a sentire almeno  la presenza di Dio accanto a lei?

C’è stato un momento, non so se qualche ora o mezza giornata, in cui ho fatto un’esperienza intensissima e bellissima di una presenza, quasi fisica, che mi sosteneva, che potevo quasi toccare, che mi avvolgeva quasi in un abbraccio. Non lo dimenticherò mai. Io credo fosse la presenza di Dio. Quando pregavo associavo a questo momento due Salmi bellissimi che ho ripetuto tantissime volte a memoria: il Salmo 120 dove il salmista si fa una domanda e riceve una risposta: “Alzo gli occhi verso i monti da dove mi verrà l’aiuto? …Il Signore ti custodisce quando esci e quando entri, adesso e per sempre”. Una certezza mi ha sempre accompagnato: il Signore mi custodisce nella vita privata, nella vita pubblica, nei momenti belli e nei momenti brutti, adesso e per l’eternità anche se dovessi morire. E l’altro Salmo è il 130 che dice: “Io sono come bimbo tranquillo e sereno, come un bimbo svezzato in braccio a sua madre”. In quei momenti in cui la morte mi era a fianco, avevo assolutamente bisogno di un abbraccio, dell’abbraccio di Dio. Ed è arrivato e mi ha dato speranza in un momento così disperato.

–  La speranza cristiana è credere fermamente che la morte, il dolore, la malattia, la sofferenza, il buio… non hanno l’ultima parola. In che modo la speranza oggi si manifesta?

La nostra cultura e noi stessi spesso cerchiamo di eliminare i limiti, ci si crede onnipotenti: nella scienza, nella tecnologia, nel denaro, nel gestire il nostro tempo, le relazioni, la salute, nel credere che la morte non “esista”… Eppure la pandemia ha mostrato il contrario. Non siamo onnipotenti!
La speranza, oggi più che mai, ci aiuta a stare dentro il limite, il nostro limite, perché lo può trasformare in vita.
C’è una definizione molto bella in un libro di Armando Matteo: “Chi è il vero adulto? Il vero adulto è colui che ha toccato i limiti della vita, li conosce e crede ancora alla vita”. Bellissimo! Io credo che la speranza oggi si giochi su questo: trovare il modo di credere alla vita, sempre, cercando di tirare fuori da noi quella realtà potente che è il desiderio. E che cos’è il desiderio? Secondo un bravo psicanalista Jacques Lacan, “desiderare non è aver voglia di qualcosa, è attendere qualcosa che non avrai mai probabilmente del tutto”. Desiderare è avere voglia di qualcosa di grande e che solo questo ti riempie la vita: un amore, la giustizia, una società diversa, addirittura la vita oltre la morte…; avere il desiderio di queste cose grandi fa sì che tu possa stare nella vita, anche se non è sempre bella, e donare al cuore uno sguardo che sa squarciare il buio. C’è un’altra frase che vi condivido, è di Domenico Sigalini che dice: “Continua a sognare anche quando ti dicono che passerà”. È bello poter dire ai giovani: “Continua a sognare una società e un futuro diverso, una maggiore giustizia in questa terra; continua a sognare anche quando gli adulti cinici ti dicono che il sogno svanirà nel momen-to in cui toccherai i limiti della vita. Tu non crederci! Continua a sognare!”. Neruda diceva: “Possono tagliare tutti i fiori ma non fer- meranno mai la primavera”. Bisogna sapere che c’è un Dio all’o-pera, che fa fiorire, che fa venir fuori qualcosa di buono, tu conti- nua a crederci anche quando arriva una tragedia come il Covid.
L’ultima frase che vorrei citare è di un economista, Theodore Levitt: “Il futuro appartiene alle persone che vedono opportunità prima che diventino ovvie”. Dobbiamo avere occhi capaci di vedere opportunità dove altri magari vedono solo crisi, problemi, limiti… . Noi cristiani possiamo avere occhi capaci di vedere opportunità in ogni situazione e questo dovrebbe essere il nostro grande modo di dare la speranza: non con parole vuote, generiche, ma nella concretezza delle scelte.

–  Come vescovo le è affidato il compito di annunciare il Vangelo. Con l’esperienza che ha vissuto è cambiato qualcosa in questo annuncio?

Mi è nato un maggiore senso di gratuità. Mi è stata data una vita che potevo non avere più e la gratitudine è diventata una parte essenziale dell’annuncio, che a volte prima tralasciavo. Ciò che ci capita è un regalo. Questo giorno che posso vivere non mi è dovuto, non me lo sono meritato, mi è regalato! Certo se noi cristiani riuscissimo a vivere un po’ di più questo senso di gratitudine forse saremmo anche un po’ più gioiosi.
La vita è così bella… io me ne sono accorto quando sono uscito dall’ospedale: dopo quaranta giorni di ospedale è stato fantastico vedere il cielo e il verde degli alberi, sembrava di vederli per la prima volta, che meraviglia! …Avrei potuto non vedere più tutto questo. E l’aria?! Dopo un po’ che stai con una macchina che respira per te, ogni respiro è un regalo! Certo che se noi annunciassimo un cristianesimo così sarebbe fantastico!
Oggi il cristianesimo sembra più un insieme di norme e di verità… invece è la capacità di vedere questa vita come un regalo, e qui c’è il secondo aspetto di un rinnovato annuncio: il cristianesimo è quella fede che ci fa vedere Dio all’opera, non che ci fa credere che Dio esiste, che c’è…, ma un Dio all’opera! Un Dio che scalda il cuore e ci appassiona alla vita, un Dio che lavora fuori e dentro di noi! (leggi Luca 24 e Genesi 1)

–  Quale “contagio” di bene vorrebbe diffondere?

Ho scritto una lettera pastorale per l’anno 2019-2020 dal titolo: Vuoi un caffè? e si conclude con un sogno: che si crei una rete di complici!
Noi usiamo la parola “complice” solo per il male. Se riuscissimo invece a creare tra credenti una rete di complici, una rete di persone che sognano una Chiesa e una società diversa, molto semplicemente, facendo piccole cose, ma avendo questa complicità che le caratterizza e non vivendo solo per se stessi… riusciremmo a contagiare della gioia del Vangelo! In tanti abbiamo dimenticato che la prima grande cosa che ha un cristiano è una bella notizia. Quando proviamo a dire chi è il cristiano, di solito facciamo un elenco: il cristiano è quello che prende posizione per…, che ha queste verità intoccabili e questi comandi da esaudire, che va a messa la domenica…, Ma no! ma no! Il cristiano si caratterizza perché ha sempre una bella notizia, sempre. Da qui nasce la gioia. Che bello se si dicesse tra la gente: “I cristiani sono quelli che hanno qualcosa che li rende gioiosi, che vedono sempre qualcosa di bello, che hanno sempre un motivo per essere contenti”. Questo è il contagio più grande: infondere una capacità di fiducia nella vita, perché ci vedi qualcosa di bello, ci vedi Dio all’opera e hai una bella notizia. Non ci sarà nulla mai che ti divorerà, neanche la morte; di fronte alla morte tu potrai dire “lo so, mi porti via tutto ciò che ho di più caro, ma tu non sei l’ultima parola”. È questa la grande e bella notizia: che tutti i contrattempi e gli eventi che ci piombano addosso, non ci porteranno mai via del tutto la gioia e la fiducia.
Questo “contagio” può raggiungere anche la voglia grande di apertura che c’è. La crisi attuale ha creato una maggiore chiusura, la Chiesa stessa di fatto è chiusa, ha un muro invalicabile: chi è dentro/chi è fuori, chi è regolare/chi è irregolare, chi pratica/chi non pratica, chi crede/chi non crede. Dobbiamo creare una società diversa che smette di avere muri e che si apra al vero bene verso tutti. Compreso chi non pratica, chi non la pensa come noi, chi non crede, chi crede in altro modo… Abbiamo bisogno di comunicare speranza innanzitutto dando molta accoglienza, ospitalità alle diversità di questa terra. Solo in questo modo daremo concretamente speranza, nell’essere: umili, gioiosi e aperti.

L’augurio di mons. Derio a tutti giovani