Le ALI della
SPERANZA
“Che cosa ci hanno inviato?” chiede alla principessa Leia il soldato dell’armata ribelle, mentre le consegna nelle mani il messaggio digitale inviato dai ribelli, che contiene i dati per distruggere la Morte Nera, il super distruttore di pianeti dell’Impero galattico. Leia risponde: “Speranza…” . È così che si chiude “Rogue One” il film di fantascienza del 2016 della saga di Star Wars, che narra la lotta di un piccolo gruppo di valorosi contro un impero spietato e potentissimo. Non è la forza delle armi che fa vincere la battaglia, ma la speranza che li unisce tra loro e li rende capaci anche di donare la vita per un bene più grande. La speranza è davvero un sentimento profondo molto potente, ma anche pericoloso che si può rifiutare. Un altro film che ho rivisto per caso, volentieri, ne parla in modo davvero molto bello. Si tratta di “Le ali della libertà” di Frank Darabont del 1994, che racconta di una amicizia che nasce in un carcere di massima sicurezza negli Stati Uniti alla fine degli anni ’40 tra Andy Dufresne un giovane ergastolano ingiustamente incarcerato e un altro di nome Ellis soprannominato Red, che sconta da più anni una pena in attesa di essere riabilitato. In un dialogo che mi ha colpito, Andy confida di coltivare la speranza un giorno di poter uscire, ma il suo amico lo rimprovera, dicendo che sperare fa male perché non ti aiuta ad accettare il presente con le sue durezze. Andy sembra accettare questo rimprovero, ma solo alla fine del film scopriremo che Andy con un piccolo martello nascosto in una Bibbia nei 20 anni di prigionia ha piano piano scavato di nascosto un buco nella sua cella, e una notte riguadagna la libertà. Era la speranza a guidarlo in quella impresa impossibile, una speranza che non gli ha fatto accettare passivamente la situazione negativa, le angherie e ingiustizie di cui era testimone e spesso vittima. Andy con pazienza e tenacia, guidato dalla speranza ha bucato il muro della prigione, anche quella che imprigionava il suo cuore e quello dei suoi rassegnati compagni di prigionia. La speranza non è illusione e tantomeno guardare per aria in maniera superficiale, ma è un faro che guida i passi giorno per giorno. Nel racconto del Vangelo, Gesù raccoglie il suo gruppo di amici, discepoli e discepole, proponendo loro un “mondo nuovo”. Sembra una impresa difficile anche perché forte è la pressione delle abitudini umane e la paura di non farcela. Anche Gesù stesso come uomo sperimenta la pesantezza della sua missione e proprio alla vigilia dell’ora suprema della croce è quasi tentato umanamente di cedere e di rifiutare quel calice. Ma è proprio allora che lo guida la speranza, la stessa che lo ha guidato in ogni suo passo sulle strade di Galilea e a Gerusalemme confrontandosi con le durezze dell’istituzione religiosa, ma anche quella dei suoi stessi discepoli. Gesù guarda oltre la situazione immediata che in alcuni momenti è desolante, perché vede che il Regno di Dio è presente e anche dentro i suoi discepoli c’è una forza e una fede che vanno solo risvegliate e orientate. Gesù sale sulla croce solo e abbandonato, in una situazione che sembrerebbe senza speranza, ma come quella mattina nella quale le guardie della prigione di Shawshank entrano nella cella di Andy Dufresne e sorpresi la trovano vuota con quel buco nel muro che nessuno si aspettava, così la mattina di Pasqua la tomba di Gesù che doveva contenerne il fallimento è vuota. La speranza tenace e sotterranea ha vinto, e la morte non ha avuto l’ultima parola. Papa Francesco ai giovani radunati nella Giornata Mondiale della gioventù di Rio de Janeiro nei vari discorsi di quei giorni parla di un rischio davvero forte sia in loro che nella Chiesa stessa, ed è “la stanchezza della speranza”, quel rischio di adagiarsi nei problemi e accettare che più di tanto non si può fare per migliorare il mondo. L’invito che Francesco fa ai giovani invece è quello di «aprire la porta della nostra stanca speranza per tornare senza paura al pozzo fondante del primo amore, quando Gesù è passato per la nostra strada, ci ha guardato con misericordia, ci ha scelto e ci ha chiesto di seguirlo». E continua dicendo «La vita è oggi. Nessuno ti può promettere un giorno del domani: la tua vita è oggi, il tuo metterti in gioco è oggi, il tuo spazio è oggi. Come stai rispondendo a questo? Voi, cari giovani, non siete il futuro. No, siete il presente! Non siete il futuro di Dio: voi giovani siete l’adesso di Dio!». Ecco la speranza cristiana! Non è il sentimento del momento che evapora difronte alle difficoltà, ma un motore potente di cambiamento che rende capaci di imprese stellari, che è capace di bucare muri e liberare, capace di metterci quelle ali che sollevano noi stessi e il mondo.
(Giovanni Berti, rivista SE VUOI 4/2020)
